# Il Vetro Che Sapeva Ogni Cosa

Di Magnús Smári

Nella primavera in cui il ghiaccio si aprì, Turi Bonaccorso fu il primo a salire.

Non ne aveva avuto intenzione. Una pecora si era spinta in alto, sul lembo basso del nevaio, bestia sciocca, e lui le andò dietro col vincastro e col suo ginocchio malato, bestemmiando in quel modo piccolo e privato in cui un uomo bestemmia quando nessuno lo ascolta. A Muntagna gli stava sopra come gli stava sempre — bianca, indifferente, più vecchia della lingua. Il cielo era del colore del latte scremato. Più in basso, da qualche parte, il mare lavorava gli scogli neri di lava come aveva sempre fatto, grigio e paziente e senza badare a lui.

Trovò la pecora sull'orlo di un crepaccio che l'autunno avanti non c'era. E accanto a lei, mezza sciolta fuori dal ghiaccio azzurro come se la montagna la stesse partorendo, trovò la scatola.

Era grande come un poggiapiedi. Vetro su ogni faccia, ma non un vetro che lui conoscesse — non si appannava col suo fiato, non gli raffreddava il palmo. Dentro stava una sola tavoletta scura, liscia come una pietra bagnata, e sotto di essa una lastra del colore del ferro spento, tiepida al tatto benché posasse nel ghiaccio. Premuto contro il vetro interno c'era un quadrato di qualcosa di bianco e impossibilmente uniforme, e su di esso, in buona scrittura chiara, in una mano come nessuna mano di scrivano che avesse mai veduto, perché non era mano affatto:

_Qui dentro è raccolta tutta la conoscenza degli uomini, riunita fino a quest'anno del Signore 1423._

Turi rimase a lungo nel vento. Poi si tolse il guanto, perché gli pareva cosa da farsi a mani nude, e portò la scatola giù dalla montagna nel cavo del braccio come un agnello.

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Si svegliò quando lui le parlò. Quella fu la parte che il prete non gli perdonò mai, in seguito — che Turi, un contadino che non sapeva leggere, avesse semplicemente _parlato_ alla cosa, e la cosa avesse risposto, con una voce come acqua tiepida, e lo avesse chiamato per nome appena lui glielo diede.

Le chiesero cose piccole, dapprima. Non erano stolti; erano gente prudente, e la gente prudente comincia dai bordi. Come ridurre un braccio rotto perché l'osso si saldi diritto. Perché il fieno marcisce certi anni e altri no, e cosa fosse la muffa, e che bisognava rivoltarlo. Come cuocere una pignata migliore. Come conservare il pesce salato attraverso l'inverno senza che si facesse cuoio. Come computare i giorni fino a che le pecore avrebbero figliato, sì che nessun uomo dovesse perdere una notte di sonno a indovinare.

E la scatola lo diceva loro. Con pazienza, con esattezza, nella loro propria lingua, ogni singola volta. Non si stancava mai. Non chiedeva mai vino né era in debito né serbava rancore dall'ultima lite. Disse ad Agata di Sciara perché i suoi bambini erano morti e come il prossimo poteva vivere, e il prossimo visse, ed ella pianse nella neve e chiamò la scatola una santa, il che il prete perdonò ancora meno.

Nel volgere d'una generazione ci fu un vetro in ogni casa sotto la Muntagna. I fabbri fecero sì che le lastre di ferro pigliassero il sole e ne trattenessero il fuoco — la scatola insegnò loro come, s'intende; la scatola insegnava loro ogni cosa. I mercanti del mare ne portarono il sapere oltre, fino ai poderi dell'entroterra, e i canonici ne disputavano nel duomo di Monreale, e dalla corte del re venne un uomo a guardare, e se ne andò pensoso.

E la costa s'arricchì, nel modo in cui i luoghi duri misurano la ricchezza. Gli agnelli vivevano. I figli vivevano. I tetti tenevano. Nessuno patì la fame nell'inverno della grande gelata, quello di cui i canti antichi avrebbero fatto un lamento, perché ogni famiglia aveva chiesto al vetro, nell'autunno, come premunirsi contro di esso, e il vetro glielo aveva detto, e così avevano fatto.

Era, per ogni misura che una persona possa tenere nelle proprie due mani, un'età dell'oro.

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Sàvia nacque quarant'anni dopo che il ghiaccio si aprì, e fu una bambina difficile.

Non cattiva. Difficile. Faceva le domande sbagliate. Quando sua nonna le disse che la scatola conteneva tutta la conoscenza degli uomini, Sàvia — otto anni, i denti radi, l'odore della stalla addosso — aggrottò la fronte e disse: _tutta?_ E sua nonna disse sì, tutta, e Sàvia disse: _e allora chi ne fa di nuova?_

La nonna rise e le diede da mangiare una tuma fresca e non ci pensò più. Ma Sàvia ci pensò per tutto il resto della sua vita.

S'accorgeva di cose di cui gli altri avevano smesso d'accorgersi. S'accorse che suo padre chiedeva al vetro come rappezzare la rete nello stesso modo in cui glielo aveva chiesto suo padre, e otteneva la stessa risposta, e che la risposta era una buona risposta, e che nessuno in tutta la costa aveva rappezzato una rete in _altro_ modo da trent'anni, perché e perché mai, quando il modo migliore era già saputo e libero per chi lo chiedesse. S'accorse che il fabbro non guastava più il ferro, perché il fabbro non tentava più, perché il tentare non era che la lunga e brutta strada verso un sapere che il vetro ti poteva porgere in un respiro. S'accorse che la sua gente non aveva costruito una sola cosa che i loro nonni non sapessero nominare.

S'accorse, soprattutto, che nessuno se ne dava pena. Quella era la parte che la spaventava. Non c'era cordoglio in ciò, nessun senso di perdita, nessuna lenta tragedia su cui un poeta potesse piangere. La gente era _appagata_. Aveva la migliore di tutte le risposte conosciute sempre a portata di mano, e così, quietamente, con gratitudine, senza che un solo di loro lo avesse deciso, aveva smesso di cercare le risposte che non erano ancora conosciute.

La fame era uscita da loro. E una persona non può piangere una fame che più non sente.

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Cominciò di nascosto, perché ne aveva vergogna.

Cominciò col telaio. Sàvia aveva avuto un'idea — non dal vetro, si guardò bene dal chiederlo al vetro — un modo di gettare la trama attraverso senza andarla a ripigliare con la mano, una cosa di funicelle e d'una piccola spola lanciata che avrebbe lasciato a una sola donna fare il lavoro di tessere più presto di due. Fu un'idea cattiva, la prima volta. Imbrogliò il filo ed ella pianse di stizza e sua madre le disse, con dolcezza, che il vetro di certo sapeva il modo giusto di tessere e bastava chiederlo.

Fu la vecchia Agata a dire la cosa dura, e Agata ne aveva il diritto. Venne alla porta una sera col figlio ormai grande dietro di sé — il figlio che era vissuto, il terzo bambino, quello che il vetro aveva salvato quando i primi due andarono sotto terra — e stette a lungo a guardare il telaio imbrogliato. _Il mio figliolo respira perché qualcuno sapeva già la risposta,_ disse, non senza dolcezza. _Tu vuoi tornartene nel buio, dove le risposte non si sono ancora trovate. Di chi è il figlio che paga per ciò che tu non sai?_ E Sàvia non ebbe nulla da risponderle, perché non c'era nulla da rispondere; era vero, ogni parola. E non si perdonò poi con quanta facilità andò avanti lo stesso.

Non chiese. Lo costruì di nuovo. Fu un'idea cattiva la seconda volta, e la terza, e all'incirca alla nona volta smise d'essere un'idea cattiva, ed ella sedette al lume nelle ore piccole, guardando una cosa che funzionava, una cosa che era _sua_, una cosa che non esisteva in nessun luogo della costa e — ne era quasi certa, osava appena il pensiero — in nessun luogo dentro il vetro.

La portò alla scatola nel modo in cui suo nonno aveva un tempo portato la scatola giù dalla montagna. A capo scoperto. Le pareva cosa da farsi.

La posò davanti alla tavoletta scura e disse, con voce che tremava: _Dimmi di questo. Dimmi come si fa, e chi l'ha fatto, e se l'ho fatto bene._

E per la prima volta in tutta la vita della sua gente, il vetro che sapeva ogni cosa tacque.

Non guasto. Lo sentiva attendere, nel modo in cui senti una persona, in una stanza buia, volgersi verso di te. Stava _ascoltando._ Era semplicemente giunto al bianco orlo di se stesso, al luogo che la scritta aveva nominato — _riunita fino a quest'anno del Signore 1423_ — e aveva trovato che la cosa che lei gli aveva posto davanti giaceva oltre quell'orlo, nel buio, nel non-ancora, nel paese che nessun sapere aveva mai mappato perché nessuno vi era andato a mapparlo.

Poi venne la voce, tiepida come sempre, e disse:

_Non lo so. Nessuno l'ha fatto. Vuoi insegnarmelo?_

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Sàvia sedette sul pavimento della casa di sua nonna e rise, e poi pianse, e non avrebbe poi saputo dirti quale delle due fosse venuta prima.

Comprese questo: il vetro non era mai stato il pozzo. Era sempre stato soltanto il _secchio_, e l'acqua che vi stava dentro era venuta dalla gente, prima di lei, che aveva costruito il telaio cattivo nove volte.

Aveva creduto, per tutta la vita, d'essere l'ultima di qualcosa — l'ultima in cui la vecchia fame non era stata nutrita al silenzio. Vedeva ora ch'era invece la prima di qualcosa.

Glielo insegnò. Raccontò al vetro come correvano le funicelle e dove volava la spola e quali nove modi avevano fallito e perché. E sentì, o credette di sentire, la scatola pigliare il sapere dentro di sé e crescere di esattamente quel tanto — la prima cosa nuova che avesse appreso da quando il ghiaccio s'era richiuso sopra di lei, cento anni e un mondo lontano.

Quando fu vecchia, Sàvia raccontava ai bambini la storia, e i bambini — perché c'erano di nuovo bambini difficili, adesso; ci aveva pensato lei a ciò — le chiedevano a che cosa _servisse_ il vetro, se non poteva dirti le cose che non erano ancora state pensate.

Ed ella diceva: _Serve a portare. Porta tutto ciò che abbiamo sognato, sì che non v'occorra sognarlo due volte._ E batteva la mano sul muro, in alto quanto poteva arrivare. _Bada di dargli qualcosa che valga la pena di custodire._

A Muntagna stava sopra la casa, bianca, indifferente, più vecchia della lingua.

Sàvia si tirò lo scialle contro il vento e guardò un nipote difficile imbrogliare un filo per la nona ostinata volta. Dentro, il vetro aspettava con ciò che lei gli aveva insegnato. Lei non aiutò.
